LUNGHEZZA 1, 56 km

TEMPO DI PERCORRENZA circa 45 min. circa

DIFFICOLTA'  bassa

ACCESSIBILITA' PASSEGGINI/CARROZZINE discontinua

 

 

Il sentiero #3 parte dal Parco Tufello di via di Monte Massico ‒ l’unica area verde dell’omonima borgata ‒ e prosegue sempre lungo la direzione nord est di Roma, per entrare in uno di quei quartieri che oggi sono ancora considerati “periferia” della Capitale.

Se nella consequenzialità dei primi due sentieri è stato possibile trovare sia evidenti differenze di stile abitativo e di concezione urbana dello spazio, sia dei collegamenti ideali, una sorta di continuum tra gli ICP del “borgo” Città Giardino e quelli della borgata Tufello, ora, percorrendo il sentiero, si avrà la sensazione di uno stacco netto, una divisione urbanistica fisicamente tangibile: incontreremo prima una vera e propria cinta naturale di frontiera, caratterizzata da un’ampia, incolta e abbandonata area verde, per poi ritrovarci di fronte a un nuovo modello di concezione abitativa, completamente diverso da quelli ad esso precedenti.

 

Stiamo parlando del Piano di Zona 7, il Piano per l'Edilizia Economica e Popolare (PEEP) in via delle Vigne Nuove. Il progetto urbanistico (a cui hanno collaborato, tra gli altri, gli architetti Alfredo Lambertucci e Lucio Passarelli) è stato elaborato in tre fasi consecutive (1972, 1977, 1984) mentre la realizzazione è iniziata nel 1975: un intervento che ha concentrato un alto numero di alloggi (500) all’interno di uno stesso corpo. L’immagine che risalta agli occhi è quella di una cinta muraria, una “città turrita”, racchiusa in se stessa, posta a difesa del territorio (quasi ad arginare un possibile ulteriore sviluppo della periferia) o a difendersi dal territorio stesso (per il suo stesso percepirsi corpo estraneo).

 

Alla verticalità dei corpi cilindrici scala-ascensore fa da contrapposizione l'orizzontalità delle finestre a nastro e dei vuoti, e nel suo insieme l’insediamento ‒ se così si può definirlo ‒ rimanda ad altre realizzazioni europee appartenenti al cosiddetto “Movimento Moderno”, si pensi soprattutto a Le Corbusier e al suo ideale di Unité d'Habitation: una sorta di «contenitore che racchiude in esso uno spazio urbano, trascendendo la funzione meramente abitativa di un semplice condominio e concependo l'edificio come una sorta di "macchina per abitare" per un elevato numero di persone» [fonte: wikipedia].

Poi nella pratica, questa macchina urbana - che prevedeva, oltre alla presenza di alcuni servizi (oggi sede di una Asl e di un centro anziani) e di una scuola posta proprio lì di fronte), anche negozi (di cui resta solo un'insegna decadente) – ha avuto una storia diversa da quella immaginata dai progettisti: l'unità di abitazione, da parte di chi la abita, viene percepita come un luogo di degrado, un “casermone”, privo di possibilità di incontri e relazioni sociali proprio a causa della sua estensione volumetrica.

Lo spazio, nella sua portata così ampia, attualmente dà solo l’impressione di un luogo non vissuto, un dormitorio, uno spazio isolato da camminamenti che, ad una prima impressione, ricordano dei ponti levatoi. Una volta entrati, quello che colpisce sono i lunghi corridoi dei corpi scala e l’inaspettata presenza di verde all’interno degli spazi condominiali. Spazi che però, anche qui, non vissuti: vi si ritrova, in perfetta analogia con gli ICP del sentiero #2, delle sedute ad anello pensate per sedersi, parlare e attorno lasciar giocare i figli. Ma questo purtroppo non sembra avvenire.

Proseguendo questo sentiero, l’immagine di progetti idealmente funzionali, ma non riusciti nella loro essenza troverà altre ragioni nell’infinito slargo adiacente al “casermone”. Qui, su Largo Fratelli Lumière, si avrà l’impressione di attraversare uno spazio urbano non più pensato a misura delle persone, ma piuttosto a servizio del veloce incedere delle automobili. Un attraversamento che sarà, in termini escursionistici, quasi un oltrepassare un guado: il ritmo e lo spazio del pedone si sentiranno in difficoltà e in netta minoranza, come corpi estranei in questo luogo della città, ma forse anche per questo daranno ancor più senso alla proposta (e alla necessità) di questo sentiero di trekking urbano.

 

Dall’entrata del Parco Tufello [P] di Via di Monte Massico, prendete la direzione verso ovest e girate subito a dx per via Monte Calvo. In questo breve tratto incontriamo le costruzioni del quartiere che appartengono agli anni ’60.

Si tratta di palazzi meno caratteristici rispetto a quegli degli anni ’40, in quanto privi di un loro stile specifico. Da un punto di vista ideologico, infatti, non c’è una particolare attenzione all’aspetto formale come è stato per il razionalismo del periodo fascista. Piuttosto, c’è in gioco l’urgenza di dare risposte immediate alle nuove esigenze abitative a tutta una fascia di popolazione che, a seguito delle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale, ha scelto Roma come luogo dove ricominciare una nuova vita lavorativa e familiare.

Le cronache ci raccontano di un situazione per niente agevole, dove ogni giorno sorgono borgate popolari con abitazioni – se così possono essere chiamate – ad un piano, senza servizi igienici, senza impianti fognari, idrici e per la luce. É in questo contesto sociale che a Roma, a seguito dell’assegnazione della città per le Olimpiadi del ’60, il boom economico trova una delle sue spinte principali proprio nel settore dell’edilizia e delle nuove costruzioni stradali.

 

Il gruppo di palazzi popolari che troviamo nel nostro percorso sono molto simili tra loro: si tratta di edifici di sei piani, con tetto a capanna (forse in omaggio a quello della facciata della chiesa di S.Maria Assunta) e colori tra loro omogenei, costruiti con il contributo del Ministero dei lavori Pubblici. Resta ancora presente la concezione di cortili interni in cui le persone hanno modo di incontrarsi e stare assieme, magari sulle caratteristiche sedute ad anello semicircolare, mentre il verde è più carente rispetto alle esperienze precedenti.

Il carattere popolare e vernacolare del Tufello persiste, non venendo ancora alterato il rapporto tra l’abitare e la costruzione di rapporti sociali: “Aoh, vado un attimo giù a Val Melaina e poi se vedemo” [da una conversazione captata tra un signore sulla strada e un altro affacciato alla finestra].

 

Proseguendo per via Monte Calvo, verso via Monte Resegone [1] passo dopo passo, incomincerà a delinearsi di fronte a voi il Piano di Edilizia Economica Popolare di Vigne Nuove, in tutta la sua lunga estensione. Davanti vi ritroverete un’ampia area verde, incolta e abbandonata, a volte usata oggi come spazio di sosta per il circo: l’area, come dicevamo prima, dà subito un senso di separazione, aumentando la sproporzione volumetrica del “casermone”. Sul lato sx si intravedono delle torri che svettano su via Giovanni Conti: sono palazzi popolari costruiti nei primi anni ’80.

Girate verso destra in modo tale da riprendere Via delle Vigne Nuove, in direzione nord, verso la periferia. Per una maggiore sicurezza vi consigliamo di mettervi sul lato dx della strada, attraversando al semaforo pedonale. Proseguite avanti, in modo tale da ritrovarvi proprio sotto il taglio in diagonale del PEEP. A questa altezza attraversate, per poi fare un giro che costeggi perimetralmente la “città turrita”: andate su Via Rodolfo Valentino [2] e poi girate per Via Gilberto Govi. Ritornerete così su Via delle Vigne Nuove e poco dopo incontrerete la “torretta”, una torretta idraulica realizzata nel 1889 per la misurazione della pressione dell’acqua (acquedotto Marcio, anticamente detto “Acqua Marcia”). La presenza di un acquedotto ha fatto sì che sin dai tempi dell’antica Roma in questa zona vi fossero diverse ville (ed è facile imbattersi ancora oggi nei loro reperti, come, per esempio, per la vicina Villa di Faonte, dal nome di un liberto dell’imperatore Nerone, che proprio in questo luogo pare sia venuto a nascondersi e poi morire).

All’altezza di Via Limbara cambiate lato della strada, per giungere tanto alla fine del “casermone” (ripensate a quanto è lungo!), quanto all’inizio di Largo Fratelli Lumière. Sulla dx troviamo delle panchine di marmo abbandonate: il traffico ha ormai reso impossibile pensare a questo punto come un’area di incontro e di scambio di chiacchere di quartiere.

 

Proseguendo, poco più avanti è da oltrepassare il Viadotto Gronchi [3], una delle vie che caratterizzano il cosiddetto Viadotto dei Presidenti (della Repubblica): si tratta di un viadotto che prevedeva una linea di collegamento di superficie (un tram) che però non è mai stata realizzata, e che oggi è solo sede di degrado e totalmente abbandonata. Sul lato dx si possono ancora intravedere il tracciato di base per la linea del tram, mentre sul lato sx, al centro dello slargo, i passaggi pedonali e le scale che sarebbero dovuti servire per scendere giù e prendere la linea pubblica. Ultimamente si sta pensando di realizzare al suo posto una Green Line, un progetto di linea verde di collegamento (pista ciclabile con aree verdi attrezzate) tra Municipi che risultano mal collegati tra di loro. Vedremo se a un’opera non realizzata si riuscirà davvero a rispondere con un progetto di mobilità sostenibile alternativa!

 

Nel porci queste domande, il sentiero è ormai giunto al termine. Il suo punto di arrivo – in Largo Fratelli Lumière [A] – si affaccia, però, su un progetto di riqualificazione del quartiere che è stato realmente realizzato, grazie all’azione congiunta di spinte dal basso (associazionismo) e raccolta delle proposte da parte dell’amministrazione e dai servizi del territorio, in particolare dal Servizio Disabili Adulti della Asl del Municipio: un vecchio casale abbandonato e luogo di degrado, anche sociale ‒ uno dei tanti casali che è possibile ritrovare ancora oggi in questa zona delle “vigne nuove” ‒ che è stato all’inizio di questo secolo ristrutturato ed adibito a Comunità Alloggio e Centro Diurno per persone con disabilità.

La parte più bella di questa storia di recupero, però, è che negli ultimi anni il Centro Diurno Lumière – chiamato da chi lo frequenta “il Casaletto” – è diventato via via un punto di incontro per gli abitanti del quartiere, riprendendo, tra le tante, vecchie idee del Comitato di quartiere di zona (un cineforum estivo), coinvolgendo le persone più anziane in laboratori del pane, facendovi svolgere una volta al mese un mercato di oggetti e anticaglie varie, allestendo un giardino curato con piante e fiori particolari. Ed è proprio in questo punto verde ‒ in questa sorta di oasi in mezzo al traffico e al suo rumore ‒ che simbolicamente abbiamo deciso di interrompere il nostro sentiero.

 

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