LUNGHEZZA 2, 5 km

TEMPO DI PERCORRENZA circa 1 ora e 15 min.

DIFFICOLTA'  medio-bassa

ACCESSIBILITA' PASSEGGINI/CARROZZINE insufficiente

 

 

Il sentiero #4 è pensato come un' incursione che si snoda tra l’immaginario della campagna urbana tipica dell'agro romano e il disegno di un nuovo modello di urbe contemporanea.

Si parte da uno spiazzo in Largo Fratelli Lumière, uno dei pochi punti di incontro di zona, con panchine e qualche albero, situato lungo l’importante asse di Via di Vigne Nuove: quasi nascosto, ben rappresenta la differenza dall’impostazione che abbiamo visto nel sentiero #1, con la realizzazione della Città Giardino.

Il senso della piazza, non come incrocio di strade, ma come luogo di incontro e di scambio tra persone, accerchiato dai servizi pubblici, servizi e negozi, sembra completamente perso. La dimensione umana è sovrastata dall’ampiezza della dimensione abitativa, tutto è drasticamente dilatato e le distanze tra un punto e l’altro sono radicali. Da qui, decidere di passare dall'altra parte della strada, più che dispersivo risulta impegnativo: bisogna individuare un punto preciso di attraversamento e le indicazioni nello spazio, i punti visivi di riferimento, quasi si perdono, tutti molto simili tra loro, poco particolari e significativi.

Per comprendere a livello urbanistico il modo in cui si sviluppano le abitazioni non ha più senso ragionare, come si è fatto finora, secondo una dimensione verticale, ma porsi piuttosto secondo un’orizzontalità della visione d’insieme: c’è bisogno di una pianta, un punto di vista aereo, per cogliere appieno il disegno urbanistico e il suo senso spaziale, per quanto si allungano, e si perdono allo sguardo, le dimensioni dei palazzi.

 

Il piano di zona n°6, denominato Val Melaina, è della fine degli anni ’70 e ha come caratteristica una serie di “moduli” a corti quadrate, all’interno delle quali stupisce l’inaspettata presenza di verde, a volte ben curato, ma non sempre.

Data la maggiore ampiezza (o meglio, lunghezza) di questi palazzi, e anche la loro monotonia architettonica, il sentiero sarà più un percorrere la via lasciandosi accanto questi “palazzoni”, per poi giungere, verso la fine, alla parte più curiosa del percorso: lasceremo l’abitato ed entreremo in campi e terreni che oggi ci possono dare l’idea di come era la città di Roma negli anni in cui fu sottoposta al boom edilizio. Costruzioni appena finite e lotti su cui ancora devono iniziare i lavori, strade ampie e in alcuni punti non ancora percorribili. Un senso di cambiamento in atto, una serie di contraddizioni evidenti (piste ciclabili alternate a strade con pochi mezzi di trasporto pubblici su gomma, e quindi già piene di traffico; cartelloni di appartamenti sempre in vendita e negozi che con il nuovo centro commerciale sono costretti a chiudere). Difficile fare ragionamenti obiettivi sul presente. La scelta di chiudere questo percorso nel modo meno urbano possibile,  come un vero e proprio trekking, vuole provare a rispondere a queste contraddizioni, non tanto attraverso le parole, quanto con la scelta stessa del camminare, per provare a riscoprire il senso dell’abitare e dell’essere cittadini, letteralmente a “passo d’uomo”.

 

Il sentiero #4 inizia da uno spiazzo quasi nascosto, situato a Largo Fratelli Lumière [P], angolo via Antonio Pietrangeli. Guardando Via delle Vigne Nuove, dirigiamoci verso il semaforo sulla sx e attraversiamo. Prendiamo sul lato sx una rampa parallela al Viadotto Gronchi per raggiungere così Via Teresa Boetti Valvassura. Andiamo sulla dx e poi giriamo per via Giulio Pasquati. Di nuovo, giriamo a dx per via Sergio Tofano.

L’aria che si respira qui è un po’ di abbandono, di degrado. Il verde è nascosto all’interno dei cortili, quasi una questione privata e poco socializzante. Lungo le strade si incontrano pochissimi negozi: ci sono solo un bar e una palestra all’angolo, mentre lungo la stradina privata che fa angolo con loro tutti gli esercizi commerciali hanno chiuso. “Noi lo chiamiamo il Bronx” ci dice una persona che abita da queste parti. Proseguiamo passando sotto un collegamento di un lungo palazzone per entrare in Via Gino Cervi per poi andare verso sx.

 

All’altezza di un parcheggio (sul lato sx), giriamo a dx per entrare dentro un parchetto che costeggia la fine di via Gino Cervi [1]. Da qui possiamo notare almeno due cose: una è che sulla dx si intravedono dei casali, che con un po’ di sforzo ci aiutano a immaginare l’agro romano che ancora resisteva fino a quarant’anni fa. Oggi, invece, lo sfondo è ben rappresentato dai palazzoni stile “Lego” che troviamo sul lato opposto ai casali.

L’altro aspetto da notare è una inaspettata pista ciclabile, che incuriosisce per il suo collocamento, ma dà l’idea purtroppo di un progetto incompiuto, oltre che un po’ abbandonato.

Seguiamo la pista e, arrivati a incrociare Via Amalia Bettini, proseguiamo dritti, continuando ad addentrarci per il parco. Da qui in avanti teniamo il percorso sempre sulla destra.

A un certo punto, dopo una breve salita, incrociamo sulla destra un altro casale, vicino al quale il primo nucleo di residenti, negli anni ’80, ha realizzato un orto urbano [2], ancora oggi curato e ben sistemato.

 

Il cammino ora prosegue direttamente nei campi: siamo nel cosiddetto “Parco delle Sabine[3], anche se, dove ci troviamo, più che in un parco, sembra di essere in una pasoliniana passeggiata agro-urbana, ai film degli anni ’50, dove la dimensione incolta è ancora ampia e solo a distanza si intravede la cultura urbana delle imminenti e imponenti costruzioni.

Al primo incrocio giriamo a destra: qui il nostro percorso diventa sempre più trekking e sempre meno urbano. Attraversiamo in silenzio il tracciato battuto: per quanto tempo resterà ancora così, visto che poco più avanti si vedono lotti recintati da lamiere e pronti ad essere costruiti?

 

Siamo ormai giunti al nostro punto di arrivo. Una palma un po’ desolata, che tuttavia ha una vista a 360 gradi: un “belvedere” che lascia perplessi e spaesati. Di fronte a noi c’è il Centro Commerciale Porta di Roma [A] (2007), la cosiddetta nuova centralità urbana, un nuovo modo di intendere l’abitare, in un’area in cui si è incominciato a costruire dalla fine degli anni ’90, con palazzi residenziali che si sono sviluppati attorno all’unico luogo destinato ai servizi commerciali.

Le riflessioni rispetto a queste nuove modalità dell’abitare e del concepire gli spazi urbani sono diametralmente opposte tra di loro: c’è chi è fortemente contrario all’idea di avere come punto di riferimento urbanistico, e quindi sociale e culturale, un centro commerciale, soprattutto se questi ingloba tutte le attività del territorio e tende a far sparire le microattività e i negozi di quartiere. Al contrario c’è chi vede in questi spazi l’unica possibilità di socializzazione, soprattutto per chi non può o non vuole attraversare il resto della città per poter fruire di un cinema, di un grande magazzino o comunque di un minimo di spazio dove poter stare assieme.

Forse, viene da pensare, il problema non è il grande centro commerciale in sé, quanto il fatto che nel mezzo non vi sia nulla, non siano state pensate altre possibilità di offerta culturale e sociale, non vi siano mezzi pubblici adeguati che diano modo di pensare a questa zona sì, come una nuova centralità, ma non completamente distaccata dal resto della città.

 

Nel raccogliere e mettere assieme queste considerazioni da fine percorso, un flusso ininterrotto di macchine intanto scorre sotto e accanto a noi, ma da qui, da questa palma desolata e dal suo punto di vista, almeno si riesce ancora a scorgere il Monte Gennaro!

 

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